L’Indieperdenza

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Nel tempo in cui la mia adolescenza era un fatto anche anagrafico e non solo mentale, ho avuto una sana fase di ribellione. L’esito principale della mia ribellione è stato il vestirmi in maniera imbarazzante per un periodo compreso tra i 15 e i 23 anni (ho avuto un’adolescenza lunga).
Tralasciando i dettagli del mio abbigliamento dell’epoca e la sana obiezione che tuttora mi vesta in modo imbarazzante, mi limiterò a dire che appartenevo alla lunga coda del popolo di Seattle: capelli lunghi, jeans strappati (di proposito e da me, non da Dolce né da Gabbana) e magliette di gruppi che tua nonna non approverebbe.
In quella fase, in cerca di un’identità e di un’appartenenza, mi interrogavo sulla natura del mio status. In un liceo di tamarri (87%) e altri (12%), c’era un 1% equamente diviso tra fricchettoni, punk e metallari. I metallari mi sembravano babbi; i punk dei tamarri con buon gusto musicale ma problemi nell’abbinare i colori: i fricchettoni del 2000 sono incommentabili. Così superai gli imbarazzi e chiesi a un’amica più grande e con uno stile simile al mio: cosa siamo? La risposta fu: alternativi.

Questa cosa degli alternativi mi piaceva tantissimo: la definizione per negazione, essere qualcosa di indefinito che gli altri non erano.

Poi questo popolo di Seattle, nella sua lunga ed esausta coda, cominciò a leggere letteratura americana sconosciuta, a indossare i gilet e jeans strizzapalle detti skinny.
Ci riconoscevamo in un genere musicale genericamente definito indie. Indie voleva dire semplicemente che i gruppi non erano più prodotti dalle major ma si autoproducevano in modo indipendente in garage. In qualche modo rispecchiava l’essere alternativi e questo mi stava bene. Però l’essere indie non voleva dire niente: i gruppi erano indie, le persone no.
Così se avevi un po’ l’aspetto della categoria, poteva capitare di sentirsi dire con tono effemminato: ma allora sei indie? Insomma, a ridosso dell’adolescenza ( vi dicevo, lunga adolescenza) un maschio caucasico non si sarebbe sognato di andare in giro a dire che era (tono effemminato) indie, precludendosi futuri approcci femminili e aprendo invece le porte ad anni di sfottò camerateschi.

Come ovviare al problema dell’autodeterminazione? Cominciò a circolare tra di noi questo termine: indieperdenti. Prima lo usavamo come sinonimo di (tono effeminato) indie ma senza l’insinuazione omofoba. Poi iniziammo a rivolgerlo su noi stessi, per scherzo, autoironia, mancanza di alternative.
Per fortuna il bisogno di autodeterminazione era quasi finito e smettemmo di usare etichette, tornando ai felici epiteti della nostra fase prepuberale o a generici improperi o a far volare le mamme come solo negli spogliatoi delle scuole calcio si impara davvero.

Sto rivalutando il pensiero indieperdente. In fondo c’era l’essere alternativi che è sempre cosa buona, ma anche la voglia di prendersi tutt’altro che seriamente, dubitare di sé prima che degli altri e alla fine decidere di aver comunque ragione e di volersi in qualche modo autodeterminare. L’idea alla base di questo blog è un po’ questa: scrivere di cose comuni e dar loro il peso e il valore che meritano perché è il peso e il valore delle nostre vite, senza piagnistei o polemiche, con ironia e scorrettezza anzitutto verso noi stessi.

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